lunedì 6 ottobre 2014

Titani che cadono e pizze che bruciano

Ieri, come tanti, ho sofferto per quello che ho visto. No, non da tifoso della Roma, ma da amante della pizza dopo il servizio di Report.

Una premessa importante: chi scrive è una persona che, soprattutto nei suoi anni dell’università, ha trascorso giornate intere per quelle strade, nutrendosi della suddetta pizza. Che ha amato e che ama quest’ultima e che ha portato decine di persone, amici e turisti, a mangiare proprio quelle pizze. Detto fra noi: me ne farei una fra cinque minuti. Per me, insomma, Michele e tanti altri erano tipo il “luogo felice” a cui si pensa durante gli attacchi di rabbia.
Ieri, dicevo, oltre al cuore spezzato per le certezze relative alla pizza e ai suoi maestri che sono crollate sotto i colpi cadenzati di un mortaio, la cosa che più di tutte mi ha fatto riflettere, sono state le critiche – o meglio la tipologia di critiche – che sono piovute all’indirizzo del servizio. Come al solito

Se io volessi far parlare davvero il cuore, farei emergere tutto il personale odio verso la pizza finefinefineescrocchiarella che tanto decantano a Roma. E verso quelli che, soprattutto nella Capitale, pubblicizzano la “Pizza Digeribile”. Che poi, parliamoci chiaro, ma che stronzata è? E’ come ammettere implicitamente che alcune pizze possano non essere digeribili. E’ come se un concessionario di auto mettesse fuori un’insegna con scritto “Qui vendiamo automobili  che camminano”.
Ma questo, appunto, è istinto. Non lo userei per andare contro quelli che sono i fatti. Perché di tali parliamo: non so voi ma io lì ho visto i pizzaioli che usavano il fumo nero del forno e quelli che usavano l’olio di girasole.
Non ho visto nelle critiche che ho letto, dati e analisi che controbattessero a quelli che sono stati mostrati. Quello che ho visto, come avviene al solito quando si parla di cose che toccano le credenze personali, sono bandiere, inni, cori da stadio. Non immagini, analisi, studi, panel, pubblicazioni che smentiscono e che sarebbero DAVVERO quello che ci vorrebbe quando si controbatte una tesi.

Eh ma la pizza è buona!
Nessuno lo sta mettendo in dubbio e credo che neanche il servizio abbia detto il contrario di ciò. La pizza, QUELLA pizza, è una delle cose più buone del mondo, ma io non ho sentito certo il contrario di questa affermazione.

Hanno screditato un’intera categoria!
Non mi sembra affatto. Ci sono dei pizzaioli che non seguono pedissequamente alcune linee guida riguardanti ingredienti o procedure, con tutto ciò che ne consegue. Ne ho visti altri, estremamente competenti, che invece lo fanno.
Succede fra i pizzaioli, fra gli architetti, fra gli avvocati e fra i netturbini.
Dunque? Quale sarebbe il discredito per l’intera categoria?

Eh ma che me ne fotte! Io continuo a mangiarla!
Liberissimo di farlo. Io lo farei fra un minuto come ho detto prima, ma questa continua a non sembrarmi  una argomentazione a sfavore di quello che ho visto ieri sera. 

Haha, adesso faranno un servizio anche sulla sfogliatella!
E se fosse?

Quello che ora vorrei vedere, è prendere atto che alcune persone non seguono le regole. Della cucina, dell’igiene e della civiltà. Se delle linee guida dicono che deve essere usato l’olio X, ad esempio, e Tizio non usa l’olio X. Non ci sono scuse, giustifiche, panegirici o invasioni di locuste che tengano: non lo usa. Poi, sul fatto che Tizio non stia commettendo una rapina a mano armata siamo anche d’accordo, ma se quello che sta facendo può mettere a (piccolissimo) rischio la salute, è qualcosa che almeno io considererei.
Mi piacerebbe che la si finisse di ragionare come quelli che, beccati a superare il limite di velocità, trovano come scusa che tanti altri lo stavano facendo.

Criticare una regola è legittimo, dire che la si infrange e basta con una scusa è stupido. Ma mi sembra ancora più stupido doverlo ricordare a qualcuno.

venerdì 22 agosto 2014

Vendetta privata a mezzo stampa

Anni fa, ero in quinto ginnasio, successe non mi ricordo quale incidente aereo. A scuola, quando si parlò di questo fatto, dissi che la scatola nera in realtà non era nera ma arancione, per facilitarne il ritrovamento.
Tutti mi dissero che non era possibile e non era vero e se era arancione la chiamavano arancione e mio zio è pilota etc.
Non gli bastò nemmeno che gli portassi un volume dell'enciclopedia aeronautica con la foto e la spiegazione. 

Sarà un modello particolare.
Ma figurati, l'arancione è pure un colore brutto.

Succedevano, certe cose nel 1994.

Ora che in questi giorni l'inciso "che in realtà è di colore arancione" si sente di continuo, spero che a qualcuno di loro giungano quelle parole e che ogni volta una scarica di neuroni gli cortocircuiti la memoria e gli faccia avere una sensazione spiacevole.

Magra consolazione, ma a qualcosa i telegiornali dovranno pur servire.

mercoledì 15 gennaio 2014

Coglione Forse

A tutti i creativi che in queste quarantotto ore hanno amato condividere la campagna #coglioneNo, vorrei ripetere le parole del mio vecchio maestro che amava dire:

Se accetti trenta euro per suonare, sei un musicista da trenta euro.

PS: dal video dell'idraulico avrei levato gli outtakes, ma io non sono un creativo precario, di conseguenza non ci capisco niente.

venerdì 2 agosto 2013

Sulla riva del fiume

Lo vedi che si aggira in facoltà e pensi questo deve essere un coglione, anche se non ci hai mai avuto a che fare.

Una volta avresti potuto anche scambiarci qualche parola, ma qualcosa, forse quello stesso pensiero, ti ha fatto desistere.

Ogni volta che lo incroci, quella convinzione si rafforza, anche a distanza di anni, quando ti ricapita di vederlo in mezzo alla strada e continui a non aver avuto con lui nessun tipo di rapporto, nemmeno con qualche grado di separazione.

Non sai perché hai pensato quella cosa e continui ad esserne convinto, forse per il modo in cui l'hai sentito parlare o per il modo in cui si muoveva, ma allora ti ci saresti giocato tutto quello che avevi sul fatto che fosse un coglione. E forse anche adesso.

Oggi, lo rivedi nel video dell'Esercito di Silvio che esulta e poi realizza che non ha capito un cazzo.

Al contrario tuo, che avevi capito tutto e ti senti come se avessi evitato di prendere un traghetto che poi è affondato.

Alle volte, il destino ti vuole bene.

lunedì 21 gennaio 2013

101 modi per riconoscere un imbecille

7) Ad un certo punto invoca della giornata invoca il fare il punto della situazione. Ma solo perché non sa un cazzo di niente e viene tenuto all'oscuro di tutto.
Fare il punto della situazione non serve a nulla, dato che non capisce comunque una mazza. Così si ritorna al punto di prima e finalmente si può lavorare in pace.

venerdì 23 novembre 2012

Venuto al Mondo, ovvero: correte veloci e senza voltarvi indietro

La cosa più comoda da dire o pensare quando si fa una grossa cazzata nella vita è "io non volevo". Voi sarete più che liberi di credermi o meno, ma io ve lo giuro: non volevo.

E' partito tutto col fatto che ieri alle 21:45 bisognava sfruttare un paio di sconti per il cinema. Visti tutti i film più interessanti finora l'unico papabile era Skyfall.

"Mi spiace, stasera Skyfall non c'è."
"Ah..."

Rintronato mi allontano per vedere cos'altro ci fosse in programmazione.

"Visto...visto...cartone animato...i vampiri no..."
"C'è rimasto solo..."
"Piuttosto i vampiri..."
"Davvero?"
"No."
"E allora ce ne andiamo?"
"Ma siamo arrivati fin qua e poi fuori fa freddo..."
"E allora dobbiamo per forza..."
"Ma sei sicura?"
"Sì."

Quindi mi trovo seduto in poltrona mentre inizia Venuto al Mondo. Già quando leggo Margaret Mazzantini mi sento una scarica dentro e nel cervello le proiezioni di altri film che ho masochisticamente visto. Penso e spero che non siano la solita sequela di dialoghi inesistenti nella realtà, crolli psicologici e cambiamenti intimi senza alcun motivo con compilation di drammi sconnessi.

Rimango sorpreso: non è così, è molto peggio.

Si assiste ad una sequenza di eventi che comprende:

  • Telefonata dell'amico disperso probabile amore di gioventù
  • Flashback con lei intellettualissima e sperduta nella Sarajevo anni '80
  • L'amico rozzo ma POETA (...)
  • Lei che viene introdotta nella cerchia di bohemien dove ci sono attori, scrittori e mimi (i mimi balcanici, cristiddio, pure a Kieslowski facevano cacare).
  • Grande amore in meno di due minuti di orologio.
  • Scopata.
  • Matrimonio.
  • Divorzio.
  • Scopata.
  • Dramma.
  • Scopata.
  • Convivenza in barcone sul Tevere illuminati dalle candele per i morti.
E questi sono i primi 16 (sedici) minuti del film.


Poi, non si sa come, non si sa perché, i personaggi principali passano diversi stadi psichici nell'arco di pochi mesi.

Penelope Cruz passa da intellettuale a disagiata, a punk, a nichilista, a disperata in poche scene e senza che niente possa giustificarlo. Azioni e sentimenti sono totalmente immotivati. Se facessi presente queste cose alla Mazzantini, la cosa più intelligente che potrebbe rispondermi sarebbe "perché sì".

Mirabile poi la sequenza di Fibonacci degli psicodrammi immotivati della Cruz.

Sono innamorata - psicodramma - voglio un figlio ma non posso averlo - psicodramma - sono in quei giorni - psicodramma - la manopola del frigo è rotta - psicodramma - il panino che mi ha comprato Castellitto all'Autogrill è rovente fuori e ghiacciato dentro - psicodramma.

Solo alla fine del film mi è poi stato chiaro quale fosse stato il parametro di scelta delle scene in cui doppiare o meno in italiano Penelope Cruz:




Ah, attenzione, la perla di tutto è ovviamente il figlio della coppia intellettuale.


  • Arrivo a Sarajevo con chitarra a spalla da vero hippie.
  • Mamma voglio il gelato, mi compro il gelato. (Ma che c'hai, quattro anni?)
  • Allora vado all'acquapark con questa ragazza davvero figa ma a me piacciono le italiane. (Ma che daVero?).
  • Basta! Basta! Non ce la faccio più, voglio tornare in Italia, è colpa tua che mi hai portato in questa città di merda. (Giuro: tre minuti dopo la scena di prima. Chiunque con un minimo di logica trarrebbe la conclusione che la ragazzina non glie l'ha data).


Memorabili le scene in cui lui dorme, sta zitto, sbava, viene menato etc. per poi giungere al poetico quasi-finale:

"La mia parola preferita? Tennis." (Non so cosa mi abbia trattenuto dall'alzarmi in piedi a tipo Christian De Sica-mano-a-cucchiara e urlare un mavvaffanculo con tutta l'aria dei miei polmoni).

L'arco di trasformazione, il viaggio dell'eroe, il paradigma di Aristotele...dai spingi, spingi più giù che con un paio di scarichi forti scende, sicuro.

Poi, cristosantissimo, "ascolto i Nirvana al buio, Kurt Cobain è un grande". Robe che nel '94 stesso mi sarei vergognato a scriverle sul diario. Ti viene da pensare che i bombardamenti, quella lì, se l'è meritati.
(Per inciso, cara Mazzantini, Krist Novoselic è croato quanto la diga di Hoover. Ogni tanto apriamolo Google).

Durante tutte le sue scene non facevo altro che immaginare il seguente dialogo fra il Castellitto Senior (regista) e il Castellitto Junior:

"La dico coPHì, vabbHene papà?"
"Sei un grande!"
"Dichphi Davvero?"
"Ma certo! Grande Pietro, a papà! E poi tenere la lingua di lato tutte le battute...che te lo dico affà? Quanta drammaticità c'é? Eh?"
"Phenti, phenti papà: ...PHAPHAIEVO!"
"Grande! GRANDE! Dai, giriamo!"

Veniamo infine alla Grande Truffa perpetrata per l'intera pellicola. La premiata ditta Mazzantini, insieme al responsabile casting, vorrebbero progressivamente farvi credere ciò che tenterò di riassumere nelle seguenti immagini:



E in seguito:



Non vi anticipo il finale perché sono pur sempre un signore, ma comunque ciao, Gregor Mendel, un salutone.


Alla fine del film, un interrogativo rimane ad echeggiare fra la materia grigia: Sergio Castellitto, da regista, appare in pochissime scene e per pochissimo tempo. Scelta da regista o malcelato scuorno?




martedì 30 ottobre 2012

Mangiare con lentezza

Certe volte non sono buono a parlare. Mi accorgo del fatto che spesso ripeto le ultime parole che ho detto e poi le aggancio al resto della frase. C'ho i glitch in testa. Mi si crea il collo di bottiglia fra il cervello e la bocca e tutto quello che volevo dire viene pressato dentro senza pietà e velocemente, come se tutto dovesse finire il prima possibile. Perché penso che la gente che in quel momento mi sta ascoltando, sia dal vivo che magari al telefono, non ha tutto questo tempo da perdere. Allora devo finire tutto nel minor tempo possibile, ma non ho tempo, non ce l'ho. Non ho il tempo di bufferizzare tutto, devo buttare tutto dentro: rantoli, risucchi parole a caso. Magari abbasso e alzo il tono così confondo le idee. Ma niente. Sarei capace di parlare così anche avendoci il discorso scritto a carattere 15 e spaziatura doppia davanti. Non ho tempo. E mentre sudo, mentre il mio cervello cerca di immaginare me dall'esterno e cerca di sentire le mie parole attraverso le ossa che vibrano, mi metto a pensare che tutto è colpa di come mangiavo da piccolo. Quando ero piccolo mia mamma era riuscita a convincermi del fatto che mangiavo lento, troppo lento, che tutti quelli che mangiavano insieme a me mangiavano veloce mentre io rimanevo indietro. Mangia più veloce! Fai i bocconi più grandi! Usa l'imbuto della tortura! Così finche' non facevo un boccone pari al volume intero della mia bocca e dovevo aspettare che si biodegradasse per dare un po' di spazio al movimento della mascella. Allo stesso modo penso di dover fare in fretta, di non avere tempo, di non avere la capacità di soppesare le parole. Che solo chi mangiava più veloce di me poteva parlare e scrivere meglio. Devo finire il periodo, devo finire la frase, devo andare avanti e finire pur di finire. Ognuno ha i suoi tempi e io avevo sempre quello sbagliato. Nel cazzo di sistema di riferimento della vita, nel piano gaussiano del mio consumo di ossigeno in questo mondo io dovevo essere quello peggiore. Anche adesso che sto scrivendo questa cosa mi si accumulano centinaia di lucine che scendono verso le mie dita e non so più manco io quali tasti battere e in che ordine. Non basta avere un'idea, devo anche pensare se questa cosa che sto scrivendo potrebbe essere offensiva se mia mamma la venisse a leggere, se non è solo una cazzata sgrammaticata che sto scrivendo in un periodo in cui a malapena ho voglia di scrivere username e password del mio profilo di posta. Poi mi rendo conto che nessuno, figuriamoci mia mamma, si incula le cose che scrivo, ma se mia mamma le leggesse gli prenderebbero diecimila pensieri in un secondo sul cosa e come ha sbagliato nella mia educazione, poi se ne sbatterebbe altamente, poi un secondo dopo starebbe li' a chiamare Crepet che gli direbbe un sacco di cose terribili e cattive e che avrebbe bisogno poi di sentire me e quindi mia mamma gli dovrebbe dare il mio numero e io mi troverei con Crepet che mi chiama alle tre di notte per chiedermi se mi ricordo di quando da piccolo mangiavo lento e cose così. Capirete benissimo che è una cosa inquietante sapere che Crepet potrebbe avere il mio cellulare, quindi cercherò di finirla qui, di masticare normalmente e di cercare di rilassarmi, di scrivere di più e meglio e di pensare che ho tutto il tempo che dato che nessuno, ma proprio nessuno, mi corre appresso. Adesso vado a mangiare. Lentamente.