Buongiorno viceministro Martone.
Sono un Ingegnere Informatico. La
consegna del mio libretto da matricola da parte dell'università
degli studi di Napoli “Federico II” avviene nel settembre 1997.
Firmerò lo statone di laurea il 27 marzo del 2008.
Stia tranquillo, non sono qui per
bersagliarla per ciò che ha detto un paio di giorni fa riguardo gli
universitari con più di 28 anni. Non voglio scrivere un (altro) post
dove comincio a snocciolare parenti poveri e/o lavori umilianti, col
dovuto rispetto per chi l'ha fatto, che mi avrebbero portato a
laurearmi a 28 anni. Non voglio scrivere un post tipo “Se Martone
fosse nato a Napoli”
La prendo come ideale interlocutore per
raccontarle qualcosa a proposito di sfiga e di come “sfigato” mi
ci sono sentito fin dal primo anno di università. Vorrei raccontarle
anche di come ho cominciato pieno di passione la mia avventura
universitaria e di come addirittura il mio sogno sarebbe stato quello
di continuare a servire la patria e la scienza rimanendovi anche dopo
la laurea per fare ricerca. Vorrei raccontarle della gioia che
provavo nello studiare Analisi Matematica e Geometria.
Quella stessa gioia si trasformò in
tristezza e, anni dopo, in rassegnazione quando sbattei la faccia
contro quello che era il sistema universitario dal quale la mia
generazione di laureati è uscita. Notai che in quel sistema, in cui
un professore era dato in pasto ad una spropositata mole di allievi,
riuscivano ad emergere solo quelli un po' meno sfigati. Quelli,
diciamo, per i quali non erano necessari chiarimenti del professore o
magari qualche esempio in più.
Sia chiaro: credo di essere una persona
con una cultura più che sufficiente e con un grado di comprensione
abbastanza sviluppato da potermi applicare senza problemi alle
materie che erano oggetto di studio. Solo non tolleravo quella sorta
di abbandono a noi stessi che regnava sovrano. Ma questo è solo una
piccola cosa sulla quale tornerò dopo.
Stesso discorso valeva per le
esercitazioni pratiche. L'unico laboratorio, allora, era l' “Aula
Multimediale” (alcuni la ricorderanno). Che era un'immensa aula con
una ventina di computer nella quale, stando al pensiero contorto
degli insegnanti e dei loro assistenti, sarebbero dovute confluire un
centinaio di persone.
“Dividetevi in gruppi di 5”
Una frase agghiacciante. Avremmo dovuto
imparare ad usare programmi del calibro di Matlab o a programmare in
C++ dividendoci un computer in 5 di noi. La cosa migliore sarebbe
stata mettersi a casa davanti al proprio computer e imparare per
cavoli propri. Ovviamente con le copie pirata, ricordo ancora la
prima lezione dell'esame di Teoria dei Sistemi in cui davanti ad una
platea di circa 150 persone l'assistente ci consigliava di procurarci
illegalmente il software in quanto la loro licenza university valeva
solo per venti copie. Le tesine che venivano richieste erano le
stesse cinque o sei che credo girassero da anni, ma pochi avevano il
tempo di lavorarci sopra se dovevi perdere il triplo del tempo di chi
era meno sfigato di te e non aveva avuto problemi nelle materie
d'esame.
Ma anche su questo tornerò dopo.
Non parliamo poi dell'accesso ad
Internet di allora perché sarebbe come parlare dell'accesso ai beni
primari durante la seconda guerra mondiale.
Non parliamo nemmeno di quando ottenere
un ricevimento da parte di un professore significava attese di ore
sui pianerottoli senza essere considerati o farsi dei viaggi a vuoto
per trovarsi i biglietti del professore sulla sua porta in cui si
annunciava la sua assenza. A volte anche con perle tipo “stà”.
Premettendo ora che io le voglio dare
anche ragione sull'abitudine al pascolo nelle università e sul fatto
che le nostre università non sono competitive sull'età media
europea e mondiale, le domande che mi sono sempre posto sono le
seguenti:
Quando l'università italiana capirà
di essere un'istituzione educativa, che deve formare una una classe
lavorativa e professionale?
Quando l'università italiana capirà
che i suoi allievi sono future RISORSE del paese e non delle sue
casse?
Me lo domando perché in tutta la mia
esperienza universitaria, quello che ho visto maggiormente è stata
proprio la carenza di queste due consapevolezze da parte
dell'università. Un'istituzione educativa degna di questa
denominazione dovrebbe preoccuparsi di formare nel migliore dei modi
le persone che ritiene valide, non adagiarsi su quelle capaci di fare
da se' e ignorare le altre.
Mi si veniva a dire che l'università
somigliava sempre di più ad una azienda. Beh mi spiace, ma se fosse
stato così sarebbe fallita quasi immediatamente. Perché come
azienda si sarebbe fidata solo dei clienti fissi e avrebbe ignorato
il fatto che stava perdendo continuamente altri clienti senza
domandarsi il perché. Ma ovviamente questa domanda sarebbe stata
pericolosa, perché gli elementi che non ci si preoccupava di formare
adeguatamente erano allo stesso tempo i migliori foraggiatori, dato
che continuavano a pagare le tasse. Un po' come se io aprissi una
azienda che ha pochissimi clienti, fa pochissimo fatturato, e i
debiti me li facessi ripagare dai miei genitori.
E riformulo la seconda delle mie domande:
Quando l'università comincerà a
INVESTIRE sulle proprie RISORSE? Quando acquisterà la consapevolezza
di avere non X buoni studenti su 100 ma di avere Y potenziali risorse
su 100?
La chiave, mio caro Martone, è proprio
questa. Investire su chi può essere formato, dargli conoscenza in
più rispetto alla media, dargli la possibilità di crescere. Non la
certezza di essere uno che non emergerà mai e che, fin quando
pagherà le tasse, avrà il diritto di entrare nei dipartimenti.
E' per questo che mi sono sentito
sfigato durante l'università e non solo al momento della laurea.
Sfigato perchè avevo la certezza di non aver fatto tutto quello che
avrei potuto . Non ho fatto quello che avrei voluto per contribuire
ad essere una risorsa per il mio paese. Mi sentivo sfigato perché
già avevo capito di non avere nessuna possibilità per fare quello
che sognavo, e il mio piano di studi è diventato un piano di fuga.
Adesso mi sento meno sfigato.
Ma solo perchè ho il tempo di tornare
a casa ogni tanto e di imparare qualcosa che mi avrebbe fatto comodo
sapere cinque o sei anni fa.
Ma impararla solo per me, beninteso.