giovedì 26 gennaio 2012

Mi manda Martone


Buongiorno viceministro Martone.

Sono un Ingegnere Informatico. La consegna del mio libretto da matricola da parte dell'università degli studi di Napoli “Federico II” avviene nel settembre 1997. Firmerò lo statone di laurea il 27 marzo del 2008.

Stia tranquillo, non sono qui per bersagliarla per ciò che ha detto un paio di giorni fa riguardo gli universitari con più di 28 anni. Non voglio scrivere un (altro) post dove comincio a snocciolare parenti poveri e/o lavori umilianti, col dovuto rispetto per chi l'ha fatto, che mi avrebbero portato a laurearmi a 28 anni. Non voglio scrivere un post tipo “Se Martone fosse nato a Napoli”

La prendo come ideale interlocutore per raccontarle qualcosa a proposito di sfiga e di come “sfigato” mi ci sono sentito fin dal primo anno di università. Vorrei raccontarle anche di come ho cominciato pieno di passione la mia avventura universitaria e di come addirittura il mio sogno sarebbe stato quello di continuare a servire la patria e la scienza rimanendovi anche dopo la laurea per fare ricerca. Vorrei raccontarle della gioia che provavo nello studiare Analisi Matematica e Geometria.

Quella stessa gioia si trasformò in tristezza e, anni dopo, in rassegnazione quando sbattei la faccia contro quello che era il sistema universitario dal quale la mia generazione di laureati è uscita. Notai che in quel sistema, in cui un professore era dato in pasto ad una spropositata mole di allievi, riuscivano ad emergere solo quelli un po' meno sfigati. Quelli, diciamo, per i quali non erano necessari chiarimenti del professore o magari qualche esempio in più.

Sia chiaro: credo di essere una persona con una cultura più che sufficiente e con un grado di comprensione abbastanza sviluppato da potermi applicare senza problemi alle materie che erano oggetto di studio. Solo non tolleravo quella sorta di abbandono a noi stessi che regnava sovrano. Ma questo è solo una piccola cosa sulla quale tornerò dopo.

Stesso discorso valeva per le esercitazioni pratiche. L'unico laboratorio, allora, era l' “Aula Multimediale” (alcuni la ricorderanno). Che era un'immensa aula con una ventina di computer nella quale, stando al pensiero contorto degli insegnanti e dei loro assistenti, sarebbero dovute confluire un centinaio di persone.


“Dividetevi in gruppi di 5”

Una frase agghiacciante. Avremmo dovuto imparare ad usare programmi del calibro di Matlab o a programmare in C++ dividendoci un computer in 5 di noi. La cosa migliore sarebbe stata mettersi a casa davanti al proprio computer e imparare per cavoli propri. Ovviamente con le copie pirata, ricordo ancora la prima lezione dell'esame di Teoria dei Sistemi in cui davanti ad una platea di circa 150 persone l'assistente ci consigliava di procurarci illegalmente il software in quanto la loro licenza university valeva solo per venti copie. Le tesine che venivano richieste erano le stesse cinque o sei che credo girassero da anni, ma pochi avevano il tempo di lavorarci sopra se dovevi perdere il triplo del tempo di chi era meno sfigato di te e non aveva avuto problemi nelle materie d'esame.

Ma anche su questo tornerò dopo.

Non parliamo poi dell'accesso ad Internet di allora perché sarebbe come parlare dell'accesso ai beni primari durante la seconda guerra mondiale.

Non parliamo nemmeno di quando ottenere un ricevimento da parte di un professore significava attese di ore sui pianerottoli senza essere considerati o farsi dei viaggi a vuoto per trovarsi i biglietti del professore sulla sua porta in cui si annunciava la sua assenza. A volte anche con perle tipo “stà”.

Premettendo ora che io le voglio dare anche ragione sull'abitudine al pascolo nelle università e sul fatto che le nostre università non sono competitive sull'età media europea e mondiale, le domande che mi sono sempre posto sono le seguenti:

Quando l'università italiana capirà di essere un'istituzione educativa, che deve formare una una classe lavorativa e professionale?
Quando l'università italiana capirà che i suoi allievi sono future RISORSE del paese e non delle sue casse?

Me lo domando perché in tutta la mia esperienza universitaria, quello che ho visto maggiormente è stata proprio la carenza di queste due consapevolezze da parte dell'università. Un'istituzione educativa degna di questa denominazione dovrebbe preoccuparsi di formare nel migliore dei modi le persone che ritiene valide, non adagiarsi su quelle capaci di fare da se' e ignorare le altre.

Mi si veniva a dire che l'università somigliava sempre di più ad una azienda. Beh mi spiace, ma se fosse stato così sarebbe fallita quasi immediatamente. Perché come azienda si sarebbe fidata solo dei clienti fissi e avrebbe ignorato il fatto che stava perdendo continuamente altri clienti senza domandarsi il perché. Ma ovviamente questa domanda sarebbe stata pericolosa, perché gli elementi che non ci si preoccupava di formare adeguatamente erano allo stesso tempo i migliori foraggiatori, dato che continuavano a pagare le tasse. Un po' come se io aprissi una azienda che ha pochissimi clienti, fa pochissimo fatturato, e i debiti me li facessi ripagare dai miei genitori.

E riformulo la seconda delle mie domande:

Quando l'università comincerà a INVESTIRE sulle proprie RISORSE? Quando acquisterà la consapevolezza di avere non X buoni studenti su 100 ma di avere Y potenziali risorse su 100?

La chiave, mio caro Martone, è proprio questa. Investire su chi può essere formato, dargli conoscenza in più rispetto alla media, dargli la possibilità di crescere. Non la certezza di essere uno che non emergerà mai e che, fin quando pagherà le tasse, avrà il diritto di entrare nei dipartimenti.

E' per questo che mi sono sentito sfigato durante l'università e non solo al momento della laurea. Sfigato perchè avevo la certezza di non aver fatto tutto quello che avrei potuto . Non ho fatto quello che avrei voluto per contribuire ad essere una risorsa per il mio paese. Mi sentivo sfigato perché già avevo capito di non avere nessuna possibilità per fare quello che sognavo, e il mio piano di studi è diventato un piano di fuga. Adesso mi sento meno sfigato.

Ma solo perchè ho il tempo di tornare a casa ogni tanto e di imparare qualcosa che mi avrebbe fatto comodo sapere cinque o sei anni fa.

Ma impararla solo per me, beninteso.

mercoledì 1 giugno 2011

Fantasia al potere

Mi piace immaginare che la mia ex ogni tanto pensi che però avevo buon gusto.

Mi piace immaginare che un fantasma allora appaia e le dica "per quello ti ha lasciato".

giovedì 25 novembre 2010

Mangiare con lentezza

Certe volte non sono buono a parlare. Mi accorgo del fatto che spesso ripeto le ultime parole che ho detto e poi le aggancio al resto della frase. C'ho i glitch in testa. Mi si crea il collo di bottiglia fra il cervello e la bocca e tutto quello che volevo dire viene pressato dentro senza pietà e velocemente, come se tutto dovesse finire il prima possibile. Perché penso che la gente che in quel momento mi sta ascoltando, sia dal vivo che magari al telefono, non ha tutto questo tempo da perdere. Allora devo finire tutto nel minor tempo possibile, ma non ho tempo, non ce l'ho. Non ho il tempo di bufferizzare tutto, devo buttare tutto dentro: rantoli, risucchi parole a caso. Magari abbasso e alzo il tono così confondo le idee. Ma niente. Sarei capace di parlare così anche avendoci il discorso scritto a carattere 15 e spaziatura doppia davanti. Non ho tempo. E mentre sudo, mentre il mio cervello cerca di immaginare me dall'esterno e cerca di sentire le mie parole attraverso le ossa che vibrano, mi metto a pensare che tutto è colpa di come mangiavo da piccolo. Quando ero piccolo mia mamma era riuscita a convincermi del fatto che mangiavo lento, troppo lento, che tutti quelli che mangiavano insieme a me mangiavano veloce mentre io rimanevo indietro. Mangia più veloce! Fai i bocconi più grandi! Usa l'imbuto della tortura! Così finche' non facevo un boccone pari al volume intero della mia bocca e dovevo aspettare che si biodegradasse per dare un po' di spazio al movimento della mascella. Allo stesso modo penso di dover fare in fretta, di non avere tempo, di non avere la capacità di soppesare le parole. Che solo chi mangiava più veloce di me potesse parlare e scrivere meglio. Devo finire il periodo, devo finire la frase, devo andare avanti e finire pur di finire. Ognuno ha i suoi tempi e io avevo sempre quello sbagliato. Nel cazzo di sistema di riferimento della vita, nel piano gaussiano del mio consumo di ossigeno in questo mondo io dovevo essere quello peggiore. Anche adesso che sto scrivendo questa cosa mi si accumulano centinaia di lucine che scendono verso le mie dita e non so più manco io quali tasti battere e in che ordine. Non basta avere un'idea, devo anche pensare se questa cosa che sto scrivendo potrebbe essere offensiva se mia mamma la venisse a leggere, se non è solo una cazzata sgrammaticata che sto scrivendo in un periodo in cui a malapena ho voglia di scrivere username e password del mio profilo di posta. Poi mi rendo conto che nessuno, figuriamoci mia mamma, si incula le cose che scrivo, ma se mia mamma le leggesse gli prenderebbero diecimila pensieri in un secondo sul cosa e come ha sbagliato nella mia educazione, poi se ne sbatterebbe altamente, poi un secondo dopo starebbe li' a chiamare Crepet che gli direbbe un sacco di cose terribili e cattive e che avrebbe bisogno poi di sentire me e quindi mia mamma gli dovrebbe dare il mio numero e io mi troverei con Crepet che mi chiama alle tre di notte per chiedermi se mi ricordo di quando da piccolo mangiavo lento e cose così. Capirete benissimo che è una cosa inquietante sapere che Crepet potrebbe avere il mio cellulare, quindi cercherò di finirla qui, di masticare normalmente e di cercare di rilassarmi, di scrivere di più e meglio e di pensare che ho tutto il tempo che dato che nessuno, ma proprio nessuno, mi corre appresso. Adesso vado a mangiare. Lentamente.

mercoledì 8 settembre 2010

Quello che sei è quello che fai.

Non scrivo nulla da una vita. L'olio nella macchina è al minimo. Scrivo post dove scrivo che non scrivo. Il blog è ad una versione pre-neanderthal. Mi caco il cazzo.

mercoledì 16 giugno 2010

Hey, Soul Cisco

Se avete a che fare per professione col mondo del networking, non potrete, nemmeno sotto tortura, essere sfuggiti alle grinfie di mamma Cisco. Tralasciando tutti i discorsi che potrete aver sentito finora nel bene e nel male come il fatto del dominio incontrastato sugli apparati, sull'essere all'avanguardia, sul voler accalappiare qualunque tecnologia e buttarla in caciara, vi dico che non parlo di questo. Lo si è già fatto abbastanza. Parlo di quel pascolo umano che sono i corsi per le certificazioni Cisco. Ora chiariamoci: io ritengo le certificazioni, soprattutto quelle base, per fortuna/purtroppo molto utili dal punto di vista sia personale che tecnico. Dico quelle "base" perché lì c'è una concentrazione maggiore di elementi universali che, a meno che un giorno Cisco non deciderà di cambiare anche il concetto di indirizzo IP o di subnet, servono ancora a qualcosina. Quindi al contrario dei fanboy non mi sento di fare apologia di fascismo. C'è da dire anche che certe cose sono veramente ridicole.
Cisco, per gli ignoranti in materia, ha la bellissima abitudine di prendere concetti comunemente noti al genere umano e di complicarli inutilmente, mettendoci una sigla lunga/lunghissima e facendolo fare a modo proprio. Un po' una cosa del genere:

"Mi scusi, dovrei andare al bagno."
"Certo, ma mi dica: che tipologia di servizio è?"
"Beh saranno anche fatti miei."
"Eh no, la baracca è mia. Cosa deve fare: cacca, pipì o sciacquata di ascelle?"
"Ma cos...?"
"Risponda."
"Cacca."
"No, allora lei non deve fare cacca, deve utilizzare CUSP, Cisco User Shitting Protocol."
"E come funziona?"
"Ma è semplicissimo! Deve urlare a tutti quelli nel corridoio che sta andando a fare la cacca, poi...lei e' mancino?"
"No."
"Allora vada in quello di sinistra, quello di destra potrebbe chiuderla dentro e non farla uscire mai più. Poi non dimentichi di fare una capriola dopo aver tirato lo scarico."
"C'è altro?"
"Si', il coperchio della tazza si apre di lato."


Per non parlare di roba come il VTP che per secoli ci hanno triturato i coglioni sul fatto che fosse utilissimo e all'improvviso è un buco di sicurezza.

Comunque, dicevamo della fauna che si trova nei corsi Cisco. Le tipologie principali di esseri che vi si possono incontrare sono (a parte quelli normali che però sono una rarissima eccezione):

Il Sistemista super-senior con millemila anni di esperienza.
Non si sa perché la sua azienda l'abbia mandato al corso dato che è preparatissimo su tutto, o perché se lo sia pagato da solo dato che il corso è costoso e le certificazioni non hanno nessuna propedeuticità. Sa qualunque comando a memoria e completa le esercitazioni in un secondo. Fa troubleshooting con una mano sola e fa domande complicatissime del tipo "Se poi però configuriamo una tabella di routing inversa che fa rinviare i pacchetti in backbone e con un'interfaccia gli facciamo interrogare il DHCP possiamo riconfigurare tutta la subnet mandando tutto in trunk?" E questo quando l'istruttore sta ancora alla prima slide del primo giorno. Non è una cattiva persona, ma di solito puzza tantissimo e ha una cultura inferiore ad una casalinga dato che ritiene tutto ciò che non possa interrogare un DNS totalmente inutile.

L'entusiastissimo.
E' li' perchè pensa che questo corso sia la sua consacrazione nell'olimpo del networking e dopo per lui le reti non avranno più segreti. Veste con scarpe fuori moda e polo o t-shirts di aziende di hardware e software. Suda tantissimo quando fa le esercitazioni, poi non le sa fare ed esige il silenzio durante le spiegazioni. Vuole capire anche il minimo cazzettino anche se l'istruttore lo rassicura sul fatto che quella battuta non era attinente al corso. Generalmente è simpatico quanto un eritema sul culo.

L'esterno.
Ce ne sono più di quanti se ne immagini. Non fa per lavoro l'informatico. E' gente che ha sentito parlare della CCNA o della CCENT come delle cose che ti fanno capire davvero quello che fai con la rete e che sicuramente ti darà fama e successo. E' un po' come se uno per iscriversi a Facebook o farsi un account email dovesse studiarsi tutte le RFC, ma guai a farglielo notare perchè per pagarsi il corso ha detto addio alla vacanza. Si entusiasma per qualunque cosa e pure la più ovvia diventa la rivelazione del senso della vita ("Vuoi dire che se scrivo ping lui mi risponde? Pensa tu...").

L'intruso.
E' l'enigma più grande di tutto il corso. Non è ne' interessato all'argomento ne' ne ha la minima conoscenza. L'azienda l'ha mandato li' perché qualche volta in maniera bovina ha fatto qualche show run o ha attaccato qualche plug ethernet. Non fa domande o se le fa sono banalissime e fa capire benissimo che non ha capito una ceppa dell'argomento ("Ma 'sti numeri, no? Cioè 255. Perché?"). Alle esercitazioni si caga addosso e alza le mani con la scusa che vuole vedere prima che fanno gli altri. E' come se gli avessero chiesto di operare qualcuno di appendicite con un tagliaunghie. Poi continua a non saper fare un cazzo e perde tempo a navigare su siti inutili durante la lezione. Puzza poco ma é perchè la mattina riesce a perdere tempo a lavarsi. Tanto del corso non glie ne frega un cazzo.

La femmina.
Sembra stranissimo, ma ce ne sono. Stanno sempre in silenzio e scrivono come delle forsennate. Ogni tanto senti solo "scusa come hai detto? Firewall?" E poi scrivono Fairuol.

Al prossimo corso.

martedì 15 giugno 2010

Ricevuto e volentieri pubblicato

La cosa di cui vi parlavo nel post precedente era il fatto che avrei voluto pubblicare a puntate un mio racconto. Fortunatamente per voi ci ha pensato prima di me la rivista online Hyde Park.

Cliccando qui trovate la prima parte. Per la seconda dovrete attendere qualche giorno.

lunedì 31 maggio 2010

Mascherare e camuffare

Dato che va molto di moda passare per vittima, invece di ammettere che non ho un cazzo da scrivere dirò che sono la prima vittima della legge bavaglio. Ecco. Dovrebbe andare bene. Non è stata fatta ancora? Ma io sono avanti. C'è gente che già dice di essere contro, perchè io non potrei dire già adesso di esserne addirittura una vittima? E comunque non è assolutamente vero che non ho un cazzo da scrivere. E' solo che poi mi dimentico facilmente di quello a cui penso. Anche se l'ho scritto.  Proprio ieri Voltini, senza saperlo, davanti ad un bicchiere di rum Arexons mi ha dato un'idea grossissima. Stay tuned.

Seconda cosa: due venerdì fa mi trovo davanti ad una puntata di Crimini che vedevo per la prima volta. Non ho mai provato tanta frustrazione e insieme a me l'hanno provata un sacco di persone che cercano di scrivere una qualche storia e si uccidono a trovare qualcosa di plausibile per farla funzionare. Il tutto è magistralmente sintetizzato a questo link. E si' che a Dazieri lo stimavo. Sarà stato anche lui vittima.

Di Taricone, forse.